Una catastrofe naturale si è abbattuta su Haiti, della cui portata ancora intravediamo solo la superficie. Gli haitiani dovranno lottare per ricostruire le loro vite e le loro case, forse per decenni considerando l'entità senza precedenti del crollo, sia fisico che sociale.
Eppure, nonostante l'imprevedibilità dei terremoti, il disastro è contro natura, una mostruosità dei nostri tempi. L'entità dei danni causati dal terremoto fa parte del costo dello sfruttamento incontrollato, che in ogni momento mette il profitto prima della salute, della sicurezza e del benessere del popolo di Haiti.
Mentre il mondo sta guardando - pronta ad aiutare - il potere vede una grande opportunità. Gli operai e i contadini di Haiti lottano da decenni per i loro diritti anche al più elementare livello di esistenza, mentre le forze di occupazione delle Nazioni Unite, lo Stato e le élite domanti hanno mantenuto inesorabilmente la miseria sociale. Ora che Port-Au-Prince non è altro che macerie, nuove opportunità si presentano alla classe dirigente di ricostruire Haiti nei loro stessi interessi.
Ma allo stesso modo, i lavoratori e contadini haitiani potrebbero far valere il loro diritto ad un loro Haiti, uno in cui essi non saranno più costretti a vivere in edifici pericolanti, né dovranno lavorare solo per riempire le tasche delle élite, che siano straniere o locali.
Quando si smetterà di guardare l'orrore e si passerà ad agire in modo incisivo, i progressisti potranno offrire un'alternativa. C'è un desiderio, forte e bella, di fare qualcosa per aiutare gli altri nel momento di bisogno. Le nostre azioni sono più forti quando ci organizziamo e facciamo uno sforzo concertato e unito. Già da ora possiamo fare un impatto profondissimo, impegnandoci ad agire in solidarietà direttamente con i movimenti sociali autonomi di Haiti. Essi rappresentano la migliore opzione per il popolo haitiano e sono più bisognosi. Allo stesso tempo, siamo nella posizione migliore per aiutare, in quanto persone impegnate a batterci contro un sistema che serve a sfruttare tutti noi. Chiediamo la solidarietà dei singoli a favore dei singoli impegnati in una lotta comune.
Non si tratta solo di soldi per aiutare, ma anche e soprattutto un atto autonomo ed indipendente di solidarietà internazionale, che evidenzi il fallimento delle forze di occupazione, delle multinazionali e delle élite haitiane, che sono i principali responsabili per aver portato Haiti allo sfacelo..
Ci sarà un fiume di aiuti e di denaro, dati in forma di carità. Fino alla prossima catastrofe. La nostra azione di solidarietà non dovrebbe essere, in qualunque forma, solo un atto di aiuto umanitario. Non dovrebbe essere un atto apolitico e non dobbiamo dare carta bianca a coloro che vogliono sfruttare la sofferenza degli altri.
Dovrà essere invece un atto di solidarietà con la popolazione in lotta di Haiti e con le loro organizzazioni, respingendo al contempo l'élite haitiana e il suo apparato statale totalmente inetto, che ha portato Haiti al fallimento. Il terremoto è una catastrofe naturale, è vero, ma lo Stato di Haiti, la miseria delle masse e l'ignobile ingiustizia dell'ordine sociale non sono naturali.
Siamo in contatto con una di queste organizzazioni, Batay Ouvriye, e metteremo le nostre risorse e il nostro tempo a loro sostegno, per aiutare la ricostruzione dopo il disastro e per mantenere la lotta per un Haiti migliore e un mondo migliore.
Batay Ouvriye è un'organizzazione combattiva di base degli operai e dei contadini i cui membri sono lavoratori e lavoratrici in tutto Haiti, ma soprattutto nelle zone di estremo sfruttamento, ossia nei laboratori clandestini e nelle zone franche.
Il gruppo Miami Autonomy & Solidarity/Miayami Otonomi ak Solidarite ha creato una cassa di solidarietà e un modo per inviare denaro a Batay Ouvriye. Se altri vogliono anche loro inviare denaro, possono scrivere a miamiautonomyandsolidarity@yahoo.com oppure tramite carta di credito o Paypal seguendo questo link:
https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_donations&business=miamiautonomyandsolidarity%40yahoo.com&lc=US&item_name=Batay%20Ouvriye¤cy_code=USD&bn=PP-DonationsBF%3abtn_donateCC_LG.gif%3aNonHostedGuest
Miami Autonomy & Solidarity / Miayami Otonomi ak Solidarite
Réseau de Solidarité Haïti Batay Ouvriye
Traduzione a cura di FdCA - Ufficio relazioni internazionali
http://miamiautonomyandsolidarity.wordpress.com
sabato 16 gennaio 2010
lunedì 11 gennaio 2010
CON IL SANGUE AGLI OCCHI
Hanno alzato la testa e lo hanno fatto senza mediazioni, con la rabbia di chi vuole rispetto e non è più disposto a ingoiare il boccone amaro dell’ingiustizia.
La rivolta degli immigrati di Rosarno è una risposta sincera e coraggiosa alla schiavitù, alla discriminazione, all’intimidazione, all’indifferenza.
In queste ore convulse gli immigrati hanno attaccato frontalmente il sistema di dominio mafioso che controlla l’economia e il territorio calabrese: gli immigrati hanno sfidato a mani nude la ‘Ndrangheta, hanno sfidato i padroni delle terre in cui vengono sfruttati e umiliati.
Gli immigrati in rivolta sono lavoratori della terra, manodopera a costo zero e senza diritti e tutele perché schiacciata da una clandestinità prodotta da leggi razziste emanate nell’interesse dei padroni. Gli immigrati in rivolta sono i lavoratori stagionali che percorrono migliaia di chilometri seguendo i ritmi delle colture, dalla Sicilia alla Campania, dalla Calabria alla Puglia, spaccandosi la schiena quindici ore al giorno per quindici euro. Gli immigrati in rivolta sono quelli che vengono picchiati e minacciati dai caporali se solo provano a chiedere acqua corrente, un tetto sulla testa o una paga più dignitosa.
Il ministro dell’Interno Roberto Maroni si permette di tuonare contro i “clandestini” senza accennare minimamente agli ultimi attacchi subiti dai migranti o alle condizioni bestiali che li hanno portati all’esasperazione. Insieme a Maroni, tutto il verminaio politico, senza distinzioni, blatera parole di circostanza oscillando tra ipocrisia e frasi fatte, tra intolleranza e insofferenza.
Le notizie provenienti da Rosarno non sono incoraggianti: persone armate si aggirano in paese alla ricerca di immigrati e il clima è ancora pesantissimo. Questa è l’Italia, razzista e spietata, plasmata dal potere statale e mafioso. Questo è il risultato della devastazione sociale in cui è precipitato il nostro paese.
Nell’esprimere la nostra solidarietà agli immigrati in lotta per i loro diritti, manifestiamo il nostro più profondo disprezzo nei confronti di tutti i mafiosi e di tutti i razzisti che presidiano le strade di Rosarno e i palazzi del potere.
Commissione Antirazzista della Federazione Anarchica Italiana - FAI
Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana - FAI
Sottoscritto da:
Coordinamento Anarchico Palermitano
Federazione Siciliana - FdCA
Nucleo "Giustizia e Libertà" - FAS
La rivolta degli immigrati di Rosarno è una risposta sincera e coraggiosa alla schiavitù, alla discriminazione, all’intimidazione, all’indifferenza.
In queste ore convulse gli immigrati hanno attaccato frontalmente il sistema di dominio mafioso che controlla l’economia e il territorio calabrese: gli immigrati hanno sfidato a mani nude la ‘Ndrangheta, hanno sfidato i padroni delle terre in cui vengono sfruttati e umiliati.
Gli immigrati in rivolta sono lavoratori della terra, manodopera a costo zero e senza diritti e tutele perché schiacciata da una clandestinità prodotta da leggi razziste emanate nell’interesse dei padroni. Gli immigrati in rivolta sono i lavoratori stagionali che percorrono migliaia di chilometri seguendo i ritmi delle colture, dalla Sicilia alla Campania, dalla Calabria alla Puglia, spaccandosi la schiena quindici ore al giorno per quindici euro. Gli immigrati in rivolta sono quelli che vengono picchiati e minacciati dai caporali se solo provano a chiedere acqua corrente, un tetto sulla testa o una paga più dignitosa.
Il ministro dell’Interno Roberto Maroni si permette di tuonare contro i “clandestini” senza accennare minimamente agli ultimi attacchi subiti dai migranti o alle condizioni bestiali che li hanno portati all’esasperazione. Insieme a Maroni, tutto il verminaio politico, senza distinzioni, blatera parole di circostanza oscillando tra ipocrisia e frasi fatte, tra intolleranza e insofferenza.
Le notizie provenienti da Rosarno non sono incoraggianti: persone armate si aggirano in paese alla ricerca di immigrati e il clima è ancora pesantissimo. Questa è l’Italia, razzista e spietata, plasmata dal potere statale e mafioso. Questo è il risultato della devastazione sociale in cui è precipitato il nostro paese.
Nell’esprimere la nostra solidarietà agli immigrati in lotta per i loro diritti, manifestiamo il nostro più profondo disprezzo nei confronti di tutti i mafiosi e di tutti i razzisti che presidiano le strade di Rosarno e i palazzi del potere.
Commissione Antirazzista della Federazione Anarchica Italiana - FAI
Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana - FAI
Sottoscritto da:
Coordinamento Anarchico Palermitano
Federazione Siciliana - FdCA
Nucleo "Giustizia e Libertà" - FAS
mercoledì 16 dicembre 2009
Comunicato della Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana sulle provocazioni antianarchiche di Milano e Gradisca
La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana
- FAI denuncia la natura oggettivamente provocatoria e antianarchica
delle esplosioni di Milano e Gradisca d’Isonzo.
Il nome degli anarchici viene strumentalmente associato a deliranti
rivendicazioni che accompagnano detonazioni e fiammate, in un momento
assai significativo, a poche ore dallo svolgimento di decine e decine
di manifestazioni pubbliche che il Movimento anarchico ha promosso a
Milano e in tutta Italia per tenere viva la memoria della strage di
Stato, dell’assassinio di Pinelli e delle montature antianarchiche che
quarant’anni fa a piazza Fontana aprirono la stagione della strategia
della tensione.
Lo Stato, i suoi apparati e i loro servi non possono tollerare che, a
distanza di quarant’anni, la memoria storica su quei tragici fatti sia
ancora viva e presente nell’opinione pubblica. Per i poliziotti di
professione e per quelli di vocazione, risulta intollerabile che nelle
piazze, nelle scuole, e nei luoghi di lavoro gli anarchici continuino
a ricordare e a far ricordare la natura criminale del potere e delle
sue strutture di dominio. Ed è per questo che, con infame puntualità,
la polvere da sparo viene utilizzata nel tentativo di coprire la
miseria in cui si dibatte la classe dirigente del paese.
Ancora una volta, la lotta antirazzista e l’opposizione ai Centri di
Identificazione ed Espulsione per immigrati viene criminalizzata
attraverso l’esercizio poliziesco della provocazione dinamitarda,
proprio in un momento in cui il livello del conflitto espresso dagli
immigrati smaschera giorno per giorno la natura totalitaria e razzista
di questi lager contemporanei.
L’acronimo FAI, associato a una presunta "federazione anarchica
informale", torna a essere vigliaccamente utilizzato per creare
confusione e gettare discredito sull’impegno quotidiano profuso a viso
aperto dai militanti e dai simpatizzanti della Federazione Anarchica
Italiana nelle lotte sociali al fianco dei lavoratori, degli
sfruttati, degli oppressi. Respingiamo fermamente la provocazione,
invitiamo i cittadini a non lasciarsi confondere dal clamore mediatico
ed esortiamo gli operatori dell’informazione a non prestarsi a logiche
di interessata disinformazione.
Nel denunciare questo miserabile copione, esprimiamo tutto il nostro
sdegno per l’infamia di questi atti, funzionali alle logiche del
potere, con cui si cerca di distruggere e infangare quello che gli
anarchici cercano di costruire ogni giorno: una società libera dal
potere, libera dalla sopraffazione, in cui la solidarietà,
l’uguaglianza e la giustizia sociale siano pratiche reali e
quotidiane.
Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana - FAI
cdc@federazioneanarchica.org
www.federazioneanarchica.org
16/12/2009
- FAI denuncia la natura oggettivamente provocatoria e antianarchica
delle esplosioni di Milano e Gradisca d’Isonzo.
Il nome degli anarchici viene strumentalmente associato a deliranti
rivendicazioni che accompagnano detonazioni e fiammate, in un momento
assai significativo, a poche ore dallo svolgimento di decine e decine
di manifestazioni pubbliche che il Movimento anarchico ha promosso a
Milano e in tutta Italia per tenere viva la memoria della strage di
Stato, dell’assassinio di Pinelli e delle montature antianarchiche che
quarant’anni fa a piazza Fontana aprirono la stagione della strategia
della tensione.
Lo Stato, i suoi apparati e i loro servi non possono tollerare che, a
distanza di quarant’anni, la memoria storica su quei tragici fatti sia
ancora viva e presente nell’opinione pubblica. Per i poliziotti di
professione e per quelli di vocazione, risulta intollerabile che nelle
piazze, nelle scuole, e nei luoghi di lavoro gli anarchici continuino
a ricordare e a far ricordare la natura criminale del potere e delle
sue strutture di dominio. Ed è per questo che, con infame puntualità,
la polvere da sparo viene utilizzata nel tentativo di coprire la
miseria in cui si dibatte la classe dirigente del paese.
Ancora una volta, la lotta antirazzista e l’opposizione ai Centri di
Identificazione ed Espulsione per immigrati viene criminalizzata
attraverso l’esercizio poliziesco della provocazione dinamitarda,
proprio in un momento in cui il livello del conflitto espresso dagli
immigrati smaschera giorno per giorno la natura totalitaria e razzista
di questi lager contemporanei.
L’acronimo FAI, associato a una presunta "federazione anarchica
informale", torna a essere vigliaccamente utilizzato per creare
confusione e gettare discredito sull’impegno quotidiano profuso a viso
aperto dai militanti e dai simpatizzanti della Federazione Anarchica
Italiana nelle lotte sociali al fianco dei lavoratori, degli
sfruttati, degli oppressi. Respingiamo fermamente la provocazione,
invitiamo i cittadini a non lasciarsi confondere dal clamore mediatico
ed esortiamo gli operatori dell’informazione a non prestarsi a logiche
di interessata disinformazione.
Nel denunciare questo miserabile copione, esprimiamo tutto il nostro
sdegno per l’infamia di questi atti, funzionali alle logiche del
potere, con cui si cerca di distruggere e infangare quello che gli
anarchici cercano di costruire ogni giorno: una società libera dal
potere, libera dalla sopraffazione, in cui la solidarietà,
l’uguaglianza e la giustizia sociale siano pratiche reali e
quotidiane.
Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana - FAI
cdc@federazioneanarchica.org
www.federazioneanarchica.org
16/12/2009
martedì 15 dicembre 2009
PIAZZA FONTANA 1969 - 2009: LO STATO UCCIDE
Quarant'anni fa, lo stato italiano inaugurava la “strategia della tensione” una stagione terroristica scandita da attentati e stragi per spargere paura e insicurezza in tutto il paese, stroncare le lotte e le mobilitazioni che in quegli anni attraversavano la società, giustificare la repressione nei confronti di ogni opposizione sociale.
Della bomba di piazza Fontana, esplosa il 12 dicembre del 1969, furono ingiustamente accusati gli anarchici. Tre giorni dopo, al termine di uno sfiancante interrogatorio, l'anarchico Pinelli veniva scaraventato innocente da una finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, nella questura di Milano.
Dopo quarant'anni di insabbiamenti e depistaggi, la verità che subito era stata indicata dai movimenti di allora rimane ancora oggi l'unica certezza inconfutabile: si trattò di una strage di stato alla quale contribuì la manovalanza fascista, naturalmente interessata a una svolta autoritaria del paese voluta dai vertici delle istituzioni.
Oggi, l'Italia vive tempi terribili: la classe politica ha distrutto la società e il mondo del lavoro, l'autoritarismo si esprime nella sistematica repressione del dissenso e nella criminalizzazione dei soggetti più deboli (immigrati e poveri), il razzismo dilaga dal ventre del corpo sociale fino all'applicazione di leggi che ledono i diritti umani, nelle carceri e per le strade si muore ammazzati dai tutori dell'ordine, i fascisti imperversano con il loro carico di odio e violenza godendo, come sempre, di adeguate coperture.
Se le donne e gli uomini di questo paese non alzeranno la testa contro le quotidiane sopraffazioni del potere, l'Italia continuerà a essere ostaggio della criminalità di una classe dirigente corrotta e impresentabile che utilizza sempre gli stessi strumenti: il ricatto, la paura, lo sfruttamento, la violenza.
Non bisogna cedere alla rassegnazione. Bisogna difendere metro per metro gli spazi di agibilità, bisogna rilanciare le lotte per riconquistare diritti e libertà.
Bisogna ridare speranza al paese: ecco perché ricordare piazza Fontana significa guardare al futuro.
Della bomba di piazza Fontana, esplosa il 12 dicembre del 1969, furono ingiustamente accusati gli anarchici. Tre giorni dopo, al termine di uno sfiancante interrogatorio, l'anarchico Pinelli veniva scaraventato innocente da una finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, nella questura di Milano.
Dopo quarant'anni di insabbiamenti e depistaggi, la verità che subito era stata indicata dai movimenti di allora rimane ancora oggi l'unica certezza inconfutabile: si trattò di una strage di stato alla quale contribuì la manovalanza fascista, naturalmente interessata a una svolta autoritaria del paese voluta dai vertici delle istituzioni.
Oggi, l'Italia vive tempi terribili: la classe politica ha distrutto la società e il mondo del lavoro, l'autoritarismo si esprime nella sistematica repressione del dissenso e nella criminalizzazione dei soggetti più deboli (immigrati e poveri), il razzismo dilaga dal ventre del corpo sociale fino all'applicazione di leggi che ledono i diritti umani, nelle carceri e per le strade si muore ammazzati dai tutori dell'ordine, i fascisti imperversano con il loro carico di odio e violenza godendo, come sempre, di adeguate coperture.
Se le donne e gli uomini di questo paese non alzeranno la testa contro le quotidiane sopraffazioni del potere, l'Italia continuerà a essere ostaggio della criminalità di una classe dirigente corrotta e impresentabile che utilizza sempre gli stessi strumenti: il ricatto, la paura, lo sfruttamento, la violenza.
Non bisogna cedere alla rassegnazione. Bisogna difendere metro per metro gli spazi di agibilità, bisogna rilanciare le lotte per riconquistare diritti e libertà.
Bisogna ridare speranza al paese: ecco perché ricordare piazza Fontana significa guardare al futuro.
COORDINAMENTO ANARCHICO PALERMITANO
lunedì 7 dicembre 2009
15 DICEMBRE 1969 - 2009
sabato 14 novembre 2009
CORTINE DI FERRO
A distanza di quasi 10 anni dalla strage del “Serraino Vulpitta”, siamo di nuovo qui a Trapani per manifestare la nostra indignazione.
In 10 anni non è cambiato nulla, anzi: le cose sono peggiorate.
Anno dopo anno, legislatura dopo legislatura, l’attacco bipartisan agli immigrati e agli oppressi non fa altro che aumentare a dismisura la sua carica razzista e xenofoba. Dopo le due leggi criminali (Turco-Napolitano e Bossi-Fini) che hanno discriminato, ghettizzato e umiliato migliaia di persone in cerca di un futuro, è arrivato l’ultimo tassello che ha completato il mosaico: il “pacchetto sicurezza”.
Quest’ultima legge ha coronato il percorso, intrapreso e pianificato ormai da decenni, di trasformare l’Europa in una vera e propria fortezza. L’Europa dell’esclusione, l’Europa dei muri, l’Europa delle cortine. Mentre i potenti festeggiano il ventennale della caduta del muro di Berlino, blaterando con la solita retorica europeista a proposito di “libertà di movimento” e “superamento dei confini”, in mare muoiono migliaia di immigrati, i Centri di identificazione ed Espulsione diventano sempre più insostenibili e l’odio verso il diverso diventa prassi quotidiana. Norme come il “reato di clandestinità” non fanno altro che condannare una persona non per quello che ha fatto, ma per quello che è. In tutto questo, la propaganda di regime – attraverso i mezzi di comunicazione di massa – instaura nelle menti delle persone un vero e proprio delirio securitario.
La cortina di ferro non è caduta affatto. Le cortine di ferro ci sono sempre state e sono in continua proliferazione.
In risposta a questa barbarie il messaggio degli anarchici, da sempre a fianco degli oppressi, diventa sempre più attuale e coerente:
In 10 anni non è cambiato nulla, anzi: le cose sono peggiorate.
Anno dopo anno, legislatura dopo legislatura, l’attacco bipartisan agli immigrati e agli oppressi non fa altro che aumentare a dismisura la sua carica razzista e xenofoba. Dopo le due leggi criminali (Turco-Napolitano e Bossi-Fini) che hanno discriminato, ghettizzato e umiliato migliaia di persone in cerca di un futuro, è arrivato l’ultimo tassello che ha completato il mosaico: il “pacchetto sicurezza”.
Quest’ultima legge ha coronato il percorso, intrapreso e pianificato ormai da decenni, di trasformare l’Europa in una vera e propria fortezza. L’Europa dell’esclusione, l’Europa dei muri, l’Europa delle cortine. Mentre i potenti festeggiano il ventennale della caduta del muro di Berlino, blaterando con la solita retorica europeista a proposito di “libertà di movimento” e “superamento dei confini”, in mare muoiono migliaia di immigrati, i Centri di identificazione ed Espulsione diventano sempre più insostenibili e l’odio verso il diverso diventa prassi quotidiana. Norme come il “reato di clandestinità” non fanno altro che condannare una persona non per quello che ha fatto, ma per quello che è. In tutto questo, la propaganda di regime – attraverso i mezzi di comunicazione di massa – instaura nelle menti delle persone un vero e proprio delirio securitario.
La cortina di ferro non è caduta affatto. Le cortine di ferro ci sono sempre state e sono in continua proliferazione.
In risposta a questa barbarie il messaggio degli anarchici, da sempre a fianco degli oppressi, diventa sempre più attuale e coerente:
NESSUNA FRONTIERA! NESSUNA GALERA!
PER LA LIBERTÀ DI TUTTE/I
COORDINAMENTO ANARCHICO PALERMITANO
COORDINAMENTO ANARCHICO PALERMITANO
mercoledì 4 novembre 2009
PRESIDIO ANTIMILITARISTA
Quella che viene chiamata “festa delle forze armate” è una giornata che ricorda la fine dell’immane massacro della prima guerra mondiale: solo in Italia si contarono oltre seicentomila morti e più di un milione di feriti. Tutti contadini, operai, lavoratori mandati a morire per gli interessi dei potenti.
Ancora oggi, il mondo è devastato da guerre spacciate come missioni di pace.
Dal Libano, all’Iraq, all’Afghanistan, la guerra permanente tiene sotto scacco intere aree del pianeta per destabilizzarle, terrorizzarle e controllarne le risorse.
Dicevano che la “guerra al terrorismo” avrebbe garantito la pace ed esportato la democrazia.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Allo stesso modo, il fronte interno della guerra si manifesta con le leggi che limitano la libertà in nome di una fantomatica emergenza sicurezza, con i militari che presidiano le nostre strade, con le leggi razziste che discriminano i più deboli, con le servitù militari (basi, aeroporti, installazioni) che mortificano il nostro territorio.
Gli stati e i governi spendono milioni di euro per la produzione e la commercializzazione di armi e il mantenimento degli eserciti, ma quando si tratta di garantire servizi pubblici essenziali (scuola, sanità, trasporti) i soldi non si trovano mai.
Non è un caso, infatti, che la stragrande maggioranza dei soldati che si arruolano volontari sono meridionali: lavoro non ce n’è, e pur di trovare un posto fisso, migliaia di giovani decidono di indossare una divisa. Come al solito, lo stato e il capitale trovano nella classe degli sfruttati la carne da cannone che gli serve.
Poi, davanti una bara avvolta nel tricolore che torna dall’ennesimo fronte di guerra, i politici non fanno altro che recitare il solito copione infarcito di bugie e di retorica.
La verità è che le parole ufficiali della politica e dei mezzi di comunicazione significano il contrario di quello che dicono: per chi comanda, le guerre sono “missioni di pace”, i bombardamenti sono “chirurgici”, gli occupanti sono “liberatori”.
E invece la guerra è guerra e non esistono soldati di pace.
La pace si costruisce rifiutando il militarismo in tutte le sue espressioni, disertando la retorica patriottica, sottraendosi a questo meccanismo assassino.
La pace, quella vera, si costruisce lottando ovunque contro le ingiustizie, scatenando il conflitto sociale contro chi ci affama e ci sfrutta, battendoci per un mondo che sappia fare a meno degli stati, del capitalismo e della loro violenza.
Ancora oggi, il mondo è devastato da guerre spacciate come missioni di pace.
Dal Libano, all’Iraq, all’Afghanistan, la guerra permanente tiene sotto scacco intere aree del pianeta per destabilizzarle, terrorizzarle e controllarne le risorse.
Dicevano che la “guerra al terrorismo” avrebbe garantito la pace ed esportato la democrazia.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Allo stesso modo, il fronte interno della guerra si manifesta con le leggi che limitano la libertà in nome di una fantomatica emergenza sicurezza, con i militari che presidiano le nostre strade, con le leggi razziste che discriminano i più deboli, con le servitù militari (basi, aeroporti, installazioni) che mortificano il nostro territorio.
Gli stati e i governi spendono milioni di euro per la produzione e la commercializzazione di armi e il mantenimento degli eserciti, ma quando si tratta di garantire servizi pubblici essenziali (scuola, sanità, trasporti) i soldi non si trovano mai.
Non è un caso, infatti, che la stragrande maggioranza dei soldati che si arruolano volontari sono meridionali: lavoro non ce n’è, e pur di trovare un posto fisso, migliaia di giovani decidono di indossare una divisa. Come al solito, lo stato e il capitale trovano nella classe degli sfruttati la carne da cannone che gli serve.
Poi, davanti una bara avvolta nel tricolore che torna dall’ennesimo fronte di guerra, i politici non fanno altro che recitare il solito copione infarcito di bugie e di retorica.
La verità è che le parole ufficiali della politica e dei mezzi di comunicazione significano il contrario di quello che dicono: per chi comanda, le guerre sono “missioni di pace”, i bombardamenti sono “chirurgici”, gli occupanti sono “liberatori”.
E invece la guerra è guerra e non esistono soldati di pace.
La pace si costruisce rifiutando il militarismo in tutte le sue espressioni, disertando la retorica patriottica, sottraendosi a questo meccanismo assassino.
La pace, quella vera, si costruisce lottando ovunque contro le ingiustizie, scatenando il conflitto sociale contro chi ci affama e ci sfrutta, battendoci per un mondo che sappia fare a meno degli stati, del capitalismo e della loro violenza.
COORDINAMENTO ANARCHICO PALERMITANO
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